Recensione de “L’ultimo rintocco” di Diego Pitea

L’autore

Ho conosciuto Diego ad una fiera del Collettivo Scrittori Uniti. Ciò che mi ha sorpreso è stato l’uomo prima che l’autore, la sua fragilità e conseguente interpretazione attraverso le pagine di un romanzo. L’autore inizia a scrivere partendo da un evento familiare personale doloroso, come spesso accade agli scrittori anche molto noti della storia della nostra letteratura; questi stimoli negativi sono precursori molto spesso di opere poi dimostratesi cariche di sentimento e, nella loro spiccata emotività di sfogo, vividamente accese e dall’impeto focoso. Ho letto “L’ultimo rintocco”, che a prima vista potrebbe collocarsi fra il giallo e l’horror (vedi la scena del feto mancante dalla pancia tagliata di una vittima): in realtà in questo caso sarebbe riduttivo, perché l’intreccio nell’insieme si presenta molto più trasversale e importante nei significati e nelle sfumature rappresentate da Pitea.

 

Stralci stilistici e morfologia del testo

[Marani si voltò e li vide. «Ce ne avete messo di tempo» bofonchiò. «Mi sono fatto la sauna aspettandovi.» Addentò il sigaro. Doriana gli mostrò l’orologio. «È passata mezz’ora da quando mi hai chiamata» rispose scontrosa. «Ancora non ci hanno dato in dotazione il teletrasporto.»]

In questo tratto si racchiude molto dello stile di Diego Pitea. Abbiamo la ricercatezza del linguaggio, la sintesi dell’enunciato breve appropriato per il genere, l’ironia della battuta che smorza un clima altrimenti troppo rigido, la descrizione non estenuante ma calibrata.

Invece in questo:

[Richard si destò con una sensazione di paura addosso, il viso avvampato e il corpo umido, appiccicaticcio. Un incubo, probabilmente, di cui non ricordava la trama: il modo ideale per iniziare la giornata! Erano poche le cose al mondo che lo disturbavano di più. Si sedette sul bordo del letto e prese una liquirizia da un astuccio poggiato sul comodino, poi indirizzò il viso verso un ventilatore che ronzava. Un vento caldo sembrò seccargli la pelle. Venne percorso da un brivido: delle unghie gli stavano scavando solchi nella schiena. Si voltò: Monica lo guardava, ancora assonnata, da dietro due fessure. «Che ore sono?» «Meno qualcosa. Troppo presto, comunque.»]

L’alternanza di termini che non provochino ripetizioni, sebbene forse decontestualizzati a volte al genere, denotano l’attenzione dell’editor nell’evitare monotonie musicali e ridondanze lessicali. La risposta “meno qualcosa” alla richiesta dell’ora, poi, è a mio modo di vedere un piccolo tocco di classe. Ritroveremo queste chicche in tutta la narrazione.

Per contro, i capitoli sono a mia critica troppi e a volte davvero troppo brevi, inoltre non mi è chiara (ma forse è la versione dell’ebook che mi è stata fornita) la scelta di inserire, di rado, titoli espliciti a capitoli senza titolo. L’edizione si pregia di un countdown grafico all’inizio di alcuni capitoli che danno un tocco più ludico e accompagnano il lettore con un simpatico tocco di adrenalina. Non vi è traccia di refusi nel testo, e l’attenzione sull’editing risulta uniforme anche con l’avanzare della lettura. L’assorbimento dell’elaborato risulta fluido per occhi e mente.

 

Trama

Nulla è lasciato al caso dall’autore nella narrazione, pian piano che si procede nella lettura il lettore inizia a costellare la sua indagine di indizi logici che pian piano completano il puzzle.
Potremmo individuare due livelli di questa storia. Nel primo inserirei la coppia di investigatori specializzati in serial killer, quindi Richard Dale e Doriana Guerrera, impegnati con un serial killer fissato con le donne incinte alle quali poi asporta i feti. Alcuni tratti del romanzo, nel quale spicca il giallo sopra tutte le sfumature, ricordano la saga di Saw, per gli indovinelli e gli enigmi cari al serial killer, ma in realtà un po’ chiave di tutte le storie che rientrano in questo genere, che siano su carta o su pellicola. Il serial killer prenderà di mira lo psicologo Dale, quasi subito nella narrazione. Nel secondo livello c’è la morte dell’impiegata Paola, ritrovata esanime in ufficio in una dinamica avvolta nel mistero: un diario quotidiano in cui si sfoga e uno dedicato ai suoi pensieri più profondi e personali accessibile solo con un codice di sua concezione, cosa che darà filo da torcere agli investigatori. Sulla carta la classica trama giallo/noir fin troppo gettonata dall’offerta editoriale attuale, in pratica un poliziesco molto ben strutturato e assemblato ad arte. Avrei forse fatto una scelta diversa sul discorso dell’escissore: quando si è appreso che si trattava di Janos Grander si poteva utilizzare il suo nome reale anziché ripetere il qualificativo, utilizzato molto già nella prima parte del romanzo, qui diventa un po’ forzatura quasi a voler dare un risalto spropositato al termine (già abbondantemente rivestito nelle prime centocinquanta pagine) più che al personaggio in sé.

Il personaggio perno dell’intreccio è Richard Dale, affetto dalla sindrome di Asperger, che lo colora e lo caratterizza parecchio nel modo in cui approccia con i sentimenti più vicini a lui e nei riguardi dei suoi colleghi e compagni di indagine. Questo autismo leggero gli dona delle sensibilità molto apprezzabili quando si deve relazionare con la moglie o con il figlio ma evidenzia tutte le difficoltà della patologia in termini di loop comportamentali, vuoti di concentrazione, ansia e depressione. Problemi che vengono ancora più a galla quando vicino alla soluzione del caso vivrà dei seri disagi interiori.

La costruzione e il disegno del personaggio sono assolutamente rilevanti e degni di nota. Diego ha dato frutto a un romanzo completo che sarebbe di gradimento anche ai non amanti del genere. Consigliato trasversalmente.

Claudio Secci

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