Il tuo carrello

Delegati regionali CSU: chi sono e di cosa si occupano?

Ciao a tutti, è arrivato il momento di chiarire meglio ai naviganti e agli autori e lettori che ci seguono da anni, come siamo organizzati. Il CSU è composto da un direttivo di 6 autori che coordinano le attività. Questi sono Claudio Secci, Jessica Maccario, Manuela Chiarottino, Manuela Siciliani, Alessia Francone, Federica Martina, ognuno dei quali con competenze e responsabilità differenti. Quando vengono svolte fiere lontano dal Piemonte o dalla Liguria, il Collettivo si avvale di delegati di fiducia, selezionati dal direttivo accuratamente e distinti per risultati e attitudini che rispecchino i fondamenti dello statuto, regionali che rappresentano il direttivo in tutto e per tutto e coordinano i lavori in stand. I delegati di stand si occupano di allestire e vendere i libri degli autori seguendo scrupolosamente le regole del RGF (regolamento generale fiere che trovate qui sul sito) e allestendo con il CIRCUS FIERA per le piccole fiere (striscione, espositori, bigliettini da visita, blocchetto ricevute, gadget vari).

Detto questo, delegato per la Lombardia, da oggi sarà Gabriele Dolzadelli, che si è già distinto per generosità, correttezza, attaccamento al collettivo e spirito comunitario negli ultimi 4 Saloni del Libro di Torino. Mentre per la Toscana, delegata CSU è Marina Cappelli, già nel ruolo da un paio di anni e portatrice di ottimi risultati ogni qual volta ha battuto bandiera del collettivo in una fiera minore. Il primo si è distinto al Salone di Torino, la seconda al Pisa Book Festival, sta di fatto che siamo molto contenti di avere questi due straordinari autori nello staff. Da oggi saranno loro a rappresentare il collettivo quando il direttivo non potrà essere presente.

Pertanto, congratulazioni a Marina e Gabriele per il nuovo incarico e che sia l’inizio di un lungo e interessante percorso !

Direttivo Csu

Nuovo Media Partner per il CSU – il blog LE FLEURS DU MAL di Alessandra Micheli

Buon pomeriggio, è con grande piacere che annunciamo l’ingresso nella famiglia dei Media Partner del CSU del blog “Le fleurs du mal” di Alessandra Micheli. Alessandra

è attiva con il suo blog a supporto di tante case editrici, e da oggi premierà i migliori autori CSU segnalati dal direttivo con recensioni e segnalazioni, oltre a far parte di contest letterari e/o giurata a seconda dello scenario nel quale il suo blog sarà coinvolto a palinsesto, gli autori CSU avranno la possibilità di finire sotto le sue grinfie per le recensioni (nelle quali è particolarmente spregiudicata) o delle sue valutazioni 😉

Siamo molto soddisfatti di questa collaborazione e ricordiamo che Alessandra è già attiva come redattrice / selezionatrice / editor per la Saga Edizioni della talentuosa Giulia Previtali. La troverete presto all’interno di circuiti promozionali del nostro collettivo, compresi gli interventi nelle fiere virtuali da parte di consulenti profess

ionali di settore, dei quali farà certamente parte.

Pertanto, da questo momento potreste finire sulle grinfie delle sue temutissime ma apprezzatissime recensioni. Che dire? Un grande in bocca al lupo allora e che sia l’inizio di una lunga e fruttuosa collaborazione !!!!

Trovate il blog a questo link lesfleursdumal2016.wordpress.com  

E su facebook a questo link https://www.facebook.com/groups/1325046828008466

Correte a visitarlo e mettete un bel LIKE !

Staff Csu

RECENSIONE DI FEDERICO INGEMI PER “LA LIBRERIA DELLE STORIE RIMASTE” DI MANUELA CHIAROTTINO

Scegliere o destinati a stravolgere la propria vita? La storia di Amabel.
di Federico Ingemi
Manuela Chiarottino
La libreria delle storie rimaste
pp. 202, More stories, 2022.

La scelta di abbandonare i grandi centri urbani in favore delle piccole realtà di provincia (in alcuni
casi la scelta ricade addirittura su borghi e villaggi disabitati) non è più un’anomalia, un fenomeno
marginale. A stupire sempre meno è anche il fatto che siano i giovani a optare per questo
cambiamento di vita: dopo un’esperienza nelle caotiche metropoli, molti scelgono di rallentare, di
cercare tranquillità nelle loro routine. Anche la protagonista de La libreria delle storie rimaste fa
parte di questo “esercito della lentezza”.
Amabel è uscita sconfitta dall’iperveloce Londra della finanza e dei grandi magazzini: ha
perso lavoro e casa, ora necessita di un colpo di fortuna per risollevare la sua esistenza. Un
annuncio sul giornale, trovato per caso (o grazie al destino?) potrebbe aiutarla: nella campagna
londinese, una libreria dal nome misterioso cerca una commessa. Se esiste una cosa di cui è
terrorizzata, quella è sicuramente una stanza piena di scaffali stracolmi di libri.
Bibery è il perfetto villaggio da cartolina, dove la vita scorre lenta e pacifica, senza troppe
preoccupazioni. Punto di riferimento della comunità è Emily, un’anziana ma tenace signora che
manda avanti la libreria con passione e gentilezza, senza badare al profitto. Da un lato l’ingessatura
e il distacco degli schemi metropolitani, dall’altro empatia e attenzione verso il prossimo:
apparentemente due mondi destinati a non comprendersi mai. Col tempo però le due libraie
imparano ad ascoltarsi e a fidarsi una dell’altra, mettendo a nudo le reciproche debolezze. A
collaborare allo smantellamento della maschera di Amabel è anche Albert, affascinante veterinario
del paese con il quale la giovane libraia percepisce subito una forte affinità. Con lui si sente al
sicuro, ha l’opportunità di mostrare le sue fragilità senza avere paura di pregiudizi e aspettative; le
piccole cose che la routine di Bibery offre, grazie al sentimento che nasce tra i due, acquisiscono
valore, tanto da convincerla a rimanere e a impegnarsi per risollevare le sorti della vecchia libreria.
Manuela Chiarottino ha creato una storia che ha del magico, che oscilla tra la narrazione di
un cambiamento di vita radicale, frutto di una scelta drastica ma pur sempre dettata dalla volontà
della protagonista, e lo svolgimento di un disegno già scritto nel fato di Amabel. Dove sta la verità?
Tiziano Terzani in Un indovino mi disse afferma: “il bello è che non c’è soluzione a questo
problema del destino, perché si può vedere la vita come già scritta da qualcuno da qualche parte,
oppure la si può vedere come scritta da noi ogni momento”. Due facce della stessa medaglia, sta a
ognuno di noi scegliere su quale puntare.

Reportage di Libri in Piazza 2022 – un grande successo

La pioggia ha rischiato di compromettere la giornata del sabato, ma appena il tempo lo ha concesso, Rivoli ha risposto, e la gente si è riversata nelle strade per la gioia di tutti. Vi lasciamo qualche video e foto dello splendido risultato di questo primo evento organizzato da CSU.

 

Il direttivo al completo con Radio Antenna Uno

Claudio intervistato da Torino Oggi

Recensione di Federico Ingemi di “L’erede di Ethel. Il grande Vallo” di Chiara Tremolada

Torniamo con una recensione fresca fresca del nostro professionista Federico Ingemi, che sarà con noi anche a “Libri in Piazza 2022” come ospite speciale. Questa volta si concentra sull’opera “L’erede di Ethel. Il grande Vallo” di Chiara Tremolada.

Ogni volta restiamo imbambolati davanti alle sue eccellenti analisi sui testi dei nostri autori…

 

Puntare sul personaggio per emanciparsi dai giganti del fantasy.

di Federico Ingemi

Chiara Tremolada

L’erede di Ethel. Il grande Vallo.

  1. 367, Porto Seguro Editore, 2021.

 

Confrontarsi con il genere fantasy vuol dire fare inevitabilmente i conti con i grandi padri del passato come J. R. R. Tolkien e C. S. Lewis, ma anche con i “senatori” del presente (vedi G. R. R. Martin e Licia Troisi). Il rischio di copiare le loro opere è alto, inesorabile invece l’influenza di queste sulle nuove leve di autori fantasy. Chiara Tremolada schiva questo pericolo, riuscendo a innestare, sulla tradizione citata sopra, il racconto del turbamento interiore di un’adolescente.

Il continente di Talamh, una grande isola caratterizzata da fiordi e foreste vergini, è scosso da una guerra centenaria: da un lato il potente Stato del Mèinn-Ghuail, retto dal tiranno Alexander Mektig; dall’altro il Regno di Ethel. A dividere questi due stati vi è il Vallo, una struttura difensiva che corre lungo il confine, teatro di violente battaglie. Dopo la prematura scomparsa della coraggiosa regina guerriera Alba, a salire sul trono del regno è la sorella minore, Erin Dìthean Flin. A soli sedici anni è chiamata a ricoprire un ruolo difficile, incompatibile con la sua personalità: non è né una combattente pronta all’azione come sua sorella, né capace di relazionarsi con distacco e freddezza con i sudditi e soldati. L’empatia e la diplomazia non sono doti che un regno in guerra cerca in una regina. A complicare il quadro generale si aggiunge un insolito potere di guarigione che si risveglia in lei, interpretato dalla popolazione come segnale di sventura.

Non vuole combattere ma perseguire la via della pace, esponendosi a costanti giudizi, critiche e paragoni con la sorella. Quando la tregua raggiunta viene tradita dallo Stato del Mèinn-Ghuail, generando così una nuova escalation di violenza, la protagonista crolla; frustrazione e senso di inadeguatezza la attanagliano (“Non sono niente e non valgo niente, né come regina, né come nient’altro”). È l’anti-archetipo dell’eroina: piange, cerca sempre il sostegno di altre persone; si sente debole e inadatta, in balìa degli eventi che le piovono addosso. Questo è il valore aggiunto che Chiara Tremolada ha dato al romanzo: ha costruito un personaggio umano, vicino al lettore, che sicuramente nei prossimi capitoli della saga imparerà a fare dei suoi fallimenti occasioni di riscatto.

La narrazione del dissidio interiore della protagonista non eclissa la componente più classica del romanzo fantasy: battaglie e assedi sono descritti utilizzando un lessico sempre puntuale, che permette al lettore di calarsi pienamente all’interno degli scontri; la componente di magia non mina la veridicità della storia ma è dosata ottimamente. Leggermente sacrificate invece le storie dietro ai personaggi con cui Erin si interfaccia (tra i più interessanti il Gentilizio William Blaze, il capitano Robert e l’enigmatica Baylee), una scelta autoriale dettata forse dalla volontà di concentrare, in questo volume, l’attenzione sulla protagonista, rimandando ai prossimi capitoli della saga l’analisi di questi. Merita quindi aspettarli, per veder crescere Erin e capire come affronterà le insidie che si celano nel Talamh.

 

Federico Ingemi recensisce “Il profumo dell’uva e la voce delle ocarine” di Elisa Biffi

Dalla vite meno bella può nascere l’uva migliore.
di Federico Ingemi

 

Elisa Biffi Corni
Il profumo dell’uva e la voce delle ocarine
pp. 148, Arpeggio Libero, 2021.

“Volgere storcendo; deviare fortemente dalla direzione normale”; questa la definizione di stravolgere: un avvenimento irrompe con forza nel lento fluire del T

empo, origina un prima e un dopo, alterando irreversibilmente le esistenze. Il profumo dell’uva e la voce delle ocarine indaga gli stati d’animo dell’

individuo in ogni fase dello stravolgimento. Agata è un’affermata scrittrice, conosciuta con lo pseudonimo di Grace Roland. Ormai anziana e malata, abbandona i racconti per bambini, genere per cui è conosciuta, e decide di scrivere le sue memorie. Sente l’esigenza di manifestare la sua vera identità, di distruggere l’impalcatura di menzogne che da tutta la vita la aiuta a sostenere pesanti sofferenze. L’infanzia scorre serena nel paese natale, Budrio: il dolce profumo dell’uva americana coltivata dal nonno, il sapore dei cibi preparati dalla nonna, il clima familiare che si respira nelle botteghe del paese; contribuiscono a creare un ricordo bucolico della campagna bolognese. All’età di quattordici anni però, il dipinto della sua felice esistenza viene macchiato irreparabilmente. Vittima di una violenza sessuale e costretta a tac

ere la gravidanza che ne è conseguita, l’adolescenza di Agata termina bruscamente. Tutto ciò che prima costituiva fonte di serenità e di sicurezza, è risemantizzato: il paese si trasforma in giudice; la famiglia alimenta un ingiustificato senso di colpa; solitudine e sradicamento colmano la sua anima. L’odio verso la creatura che porta in grembo (“Ti sentivo estranea. In te vedevo quello che mi era capitato, nient’altro”) è la causa dell’affidamento della bambina a un’altra famiglia e dell’abbandono della cittadina. Deciderà solo il nome, Micol: è lei che si cela dietro al tu che ricorre nelle memorie. Ogni volta che tenta di chiudere quella parentesi della sua vita, sente un “legame immateriale” che la spinge verso la figlia. Odia solo più stessa per le scelte che ha preso, mossa da un ingiusto, e imposto, senso di vergogna. Avverte il bisogno di rendere tangibile quel legame, e lo fa tramite le storie per bambini (“Cosa unisce madri e figli durante l’infanzia, oltre al contatto della pelle? Il contatto delle parole.”) La scrittura diventa così sia un surrogato di maternità, sia terapia

per Agata: l’immaginazione l

a aiuta a evadere dal labirinto di colpe che vivono nella sua mente e a sentire Micol

vicina. Per tutta la vita cammina accanto a lei; spettatrice inerte dei suoi successi e delle sofferenze. Su tutte, la perdita del marito. Ad ogni tappa significativa del percorso della figlia, tornano gli interrogativi e le ipotesi sul loro non-rapporto: la narrazione assume tratti ucronici, riflesso del
turbamento costante di Agata. È fiera della donna indipendente che è diventata, ma teme anche possa ridursi a non vivere, proprio come lei. Le memorie di Agata diventano così un vademecum contro il dolore, i pregiudizi e l’egoismo; un’esortazione ad essere una persona migliore di quella che è stata lei.

Il profumo dell’uva e la voce delle ocarine trasforma il terribile dramma raccontato in opportunità di miglioramento per il prossimo, accende la speranza nel buio della violenza. Esorta insomma a credere che anche “dalla vite meno bella può nascere l’uva migliore”.

Recensione di Claudio Secci per “Storie dell’altra favola” di Iana Pannizzo

Affrontando questo libro mi è venuto in mente ciò che sta accadendo con Castellofobia, a Castelfiorentino, il libro di fiabe che terminano in chiave horror. Mi ha ricordato anche la serie tv “Scary Tales”, dove i racconti celebri che hanno accompagnato la nostra infanzia vengono stravolti con sfumature sempre diverse. Con “Storie dell’altra favola”, Iana Pannizzo esordisce come autrice, dopo essersi cimentata per anni con il blog “Un libro per amico recensioni”, tutt’ora attivo. In realtà, come dicevo sopra, questo prodotto dà l’aria a un meccanismo già visto ma in realtà se ne discosta: la creazione delle ambientazioni di Iana Pannizzo sfoggia maturità e capacità di coinvolgimento che porterà il lettore dentro un percorso interiore attraverso un nuovo punto di vista. Ricorrente e incessante è il rapporto dei personaggi con il concetto di morte. Il racconto simbolo del libro è secondo me “Il flauto di Caronte”, in cui l’autrice prende per mano i personaggi e li avvicina alla morte sfruttando canali significativi sempre diversi. La morte come entità, amica e nemica, la morte come arbitro, la

morte come passaggio. Avviene tutto questo coccolando il lettore e rendendo questo concetto molto meno inquietante, innaturale e lugubre di quanto non lo si faccia in uno schema classico. E’ così che la malattia, il dolore, la sofferenza in questo libro di fiabe rivisitate in chiave gotica diventano componenti digeribili e assimilabili perché conditi da delicatezze e soavità che non si trovano spesso in opere di questo genere. Nel modo in cui Iana ha saputo far pace con il concetto di morte, trasmettendolo al lettore, questo libro si distingue. A mio parere un esordio non semplice, per quanto vincente. L’unica nota dolente è una punteggiatura e un editing da rivedere, ma che viene certamente perdonato dalla prelibatezza delle descrizioni e dalla costruzione meticolosa dei personaggi, sempre ben vividi agli occhi del viaggiatore. Da sottolineare anche le splendide riflessioni in prosa che anticipano ogni racconto: aiutano ad addentrarsi nell’atmosfera.

“Lo specchio aveva risucchiato l’anima della povera fanciulla e presto capì di essere stata imprigionata in un universo parallelo, lasciando il corpo come un involuc

ro vuoto, tra la nebbia dell’oblio e il tormento del ricordo…”

Pertanto questo libro è da me consigliato, anche per un pubblico molto giovane. Avvicinare in questa maniera al concetto che una vita prima o poi si spegne, è per me trasmettitore di ottimi spunti riflessivi per la fascia 10-16 anni. Auguri all’autrice per il suo nuovo percorso, attendiamo nuove pubblicazioni.

Claudio Secci

Recensione di Federico Ingemi sul libro “Tutte feriscono, l’ultima uccide” di Laura Costantini

Finalmente torniamo con una nuova recensione del professionista Federico Ingemi, entrato a far parte da qualche mese fra i professionisti partner del Collettivo. Questo mese ci onora della recensione del libro “Tutte feriscono, l’ultima uccide” di Laura Costantini. Vediamo un po’ cosa ne ha tirato fuori questa volta. Intanto complimenti per l’esaustività e l’attenzione sul testo al nostro recensore.


Laura Costantini, Loredana Falcone

Tutte feriscono, l’ultima uccide

  1. 213, Edizioni Il Vento Antico, 2021 (1° ed.2010).

Può l’ambientazione di un romanzo, spesso relegata solo a sfondo delle vicende narrate, elevarsi al grado di protagonista? Possono i caratteri e gli aspetti di una città concorrere a ricoprire la stessa funzione centrale? Tutte feriscono, l’ultima uccide risponde a questi interrogativi.

Le tranquille giornate di lavoro del luogotenente Quirino Vergassola e del giornalista Nemo Rossini, vengono scosse da una serie di ritrovamenti di cadaveri nel Tevere. Sono tutti barboni ripescati nelle stesse condizioni: drogati d’assenzio, sfamati per l’ultima volta con una ricetta dell’antica Roma a base di farro, marchiati a fuoco con incomprensibili sillabe latine. A complicare la vicenda, si aggiungono strane voci su di una donna, vestita con una tunica bianca, che appare sul luogo del delitto poco prima che le vittime si lancino dai ponti. Il luogotenente non ha dubbi: troppe coincidenze perché si parli di spiacevoli casualità o, come il suo teorema enuncia, “uno è un caso, due una fatalità, quattro fanno una maledizione”. I sospetti dei media ricadono sulla Brigata Coclite, un’associazione di nostalgici promotrice dei valori dell’antica Roma, che esaltano utilizzando iconografie imperiali e latinismi, vestendo con sandali borchiati e pallium, rispolverando vecchi riti pagani in onore della dea Vesta.

A preoccuparsi degli omicidi non è solo la stampa o la polizia. Monica, abbandonata dal padre quando era solo una bambina, sta cercando di rintracciarlo; i pochi indizi che ha la portano a credere che ora abiti le strade della capitale. Questo la spinge a collaborare con una mensa per senzatetto: ogni volta che incrocia lo sguardo di un disperato in coda per un pasto, in lei si accende la fiamma della speranza. A suo modo, come la Brigata Coclite, anche lei è alla ricerca delle sue origini; anche lei “invoca” la divinità protettrice della famiglia affinché suo padre non sia ritrovato nel fiume come gli altri.

Tutte feriscono, l’ultima uccide non è il solito giallo in cui il lettore assiste al duello tra investigatore e assassino, incorniciato dai soliti clichés di falsi sospettati e prove da mettere insieme per inchiodare il colpevole. Dai capitoli che prendono il nome dai ponti sul Tevere, dall’intreccio di punti di vista narrativi mai sovrapposti, che genera una narrazione fluida e coinvolgente, affiorano le vere protagoniste del romanzo: Roma e la romanità. L’Urbe, con la gloria di tempi lontani che i suoi monumenti ancora riflettono, ammalia e spinge, quasi giustifica, la catena di omicidi; è una città complice. Allo stesso tempo è vittima: la sua memoria viene distorta e strumentalizzata; i suoi luoghi simbolo vengono sporcati di sangue. Il lettore non ha solo la possibilità di “visitare” la città, può andare oltre e immergersi nell’atmosfera più genuina di Roma. Può sentire il profumo della pizza al taglio e lo scrocchiare dei supplì in giro per le strade; ridere delle battute, sempre pronte, di personaggi dai soprannomi bizzarri come Romoletto, Tippettoppe e Jagermeister; perdersi nella frenesia della quotidianità capitolina.

Laura Costantini e Loredana Falcone hanno scritto un thriller coinvolgente e carico di Storia, perfettamente equilibrato nelle sue componenti di presente e passato; ma soprattutto hanno scritto un’ode all’Urbe, a “’sta città, che è sempre bella pure se è piena de matti”.

 

A cura di Federico Ingemi

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