Recensione di “Lucille – la trilogia degli immortali” di Marco Mancinelli

Ho acquistato questo libro all’ultimo Salone di Torino. Marco Mancinelli è una delle colonne della Bakemono Lab, una realtà che ho sempre stimato, prima per le sue irresistibili copertine e la linea editoriale, poi per il modo di lavorare che non cerca di strafare, ma di scandire, a tutela della qualità, sempre e comunque. Parto subito col dire che all’interno di questo volume ho trovato la tipica musicalità di una scrittura consapevole, matura e penetrante. Anche i periodi lunghi e le subordinate tornano sempre snelli e fluidi nel loro assorbimento, l’occhio resta guardingo e al contempo vorace, e qualsiasi pagina a caso venga aperta del volume è un tuffo in una sensazione, talvolta di fatti svolti oltre un secolo fa, a volte oltre due, a volte in epoca contemporanea. Descrizioni vivide, miscelate a vocaboli ricercati e sempre contestualizzati trascinano in uno scenario tridimensionale il fortunato viaggiatore.

“Lucille si lasciò cadere sul letto e chiuse dietro la porta della stanza il trambusto dei suoi accoliti, che sciamavano per i due piani della casa, scambiandosi opinioni e racconti…”

“Le sue parole si persero nel caotico esplodere del conflitto, sovrastate dai rintocchi delle campane. La sua vista si immerse nel gorgo dell’aria sconvolta dalle esplosioni finché non riuscì a cogliere un movimento guizzante…”

Io non adoro il fantasy, ma qualsiasi periodo preso a caso nel libro mi porta dentro un film. Sapientemente. Mi sono sforzato di trovare uno scricchiolio nel libro, ma forse dire “ben scritto” è la sintesi più vera di questo mio viaggio. I capitoli partono con titoli di dettaglio nel luogo e nel tempo, così precisi da riportare sempre anche il minuto esatto della discesa in campo del lettore. Francia, epoca della Rivoluzione, Africa, popolazione indigena del 1861, Italia e Germania dei giorni nostri. Tutti contesti così distanti fra loro e tutti e tre documentari di viaggio minuziosamente riportati con accorte sfumature. Dal primo all’ultimo mai stanchezza, mai guardia bassa, mai logorio da parte dell’autore che ha tenuto l’asticella sempre alta fino all’ultima battuta.

Trama – Se dovessi usare poche parole, una commedia di vampiri in stile gotico. Questo è il primo volume. Si parte con la rivoluzione francese nel 1789, ci si sposta poi in una popolazione indigena del Congo nel 1861 fino ad arrivare a Roma nel 2018, quindi si parte da lontano per arrivare pian piano ai nostri tempi. Per assurdo la duchessa Lucille, condannata a morte da una malattia che la spegne rapidamente, risulta meno affine al lettore di Conrad, il vampiro che le ha dato la chance di non perire. Lucille evolve nella storia da vittima a carnefice, perché quando ottiene il potere si rivelerà ingorda e desiderosa di ottenerne sempre di più. Il vampiro Conrad sarà costretto a chiedere aiuto a una divinità, chiamata Madre Morte dalla popolazione indigena che la venera, per rimettere le cose a posto.

“Sei tu quella che chiamano Madre Morte?”

“Così mi chiamano gli sciocchi prima di morire o i codardi attorno ai fuochi mentre raccontano le mie gesta.”

“Possiamo parlare?”

“Lo stiamo facendo.”

“Sono qui per chiedere il tuo aiuto.”

“Mi sono mostrata a te solo per conoscere a fondo i tuoi intenti. Qualcosa ti preoccupa e sei in cerca di vendetta, non è vero?”

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